Venerdì prossimo, 6 maggio, saranno 50 anni dalla data tragica del terremoto del
vicino Friuli Venezia Giulia, che colpì solo la parte orientale della Provincia di
Belluno. Nonostante ciò emotivamente coinvolse tutto il territorio a Est del fiume
Piave causando notevoli danni al territorio e alle proprietà dei cadorini. Un ricordo
di quella sera viene fatto dal giornalista che visse in prima persona l’evento e
successivamente nei giorni successivi partecipò attivamente all’organizzazione
dei soccorsi.
“Era una calda serata di maggio” racconta, “e nella scuola elementare di Tai di
Cadore (la scuola vecchia) dalle ore 20,30 era in corso una riunione dei
rappresentanti di classe delle scuole elementari dei paesi di Nebbiù e Tai.
L’incontro procedeva regolarmente e docenti e genitori stavano consultandosi sui
problemi scolastici legati alla vetustà dell’edificio tanto che l’incontro si svolgeva al
piano terra dove lavoraavano prime e seconda classe.
L’orologio della scuola segnava circa le 22-15- qucadoriniando un forte scossone
coinvolse l’edificio, causando un po’ di panico tra i presenti. “non è niente”,
affermo’ la maestra Maria Comis. Noi siamo abituati a questi movimenti, perchè
succese così ad ogni passaggio dei grandi TIR che percorrono continuamente la
Strada di Alemagna.Succede ciò perchè il terreno dove corre la statale è di
“taranto”. Un tipo di terreno paludoso e instabile”. Per circa 15 minuti non ci furono
più tremori o scosse. Verso le ore 20,30, invece, arrivò una seconda scossa che
causò un vero panico tra i presenti che cercarono di guadagnare l’uscita. Il soffitto
si alzò e fortuna volle che le travature vecchie avessero uno sporto che impediva
al soffitto di cadere. Arrivò un signore di Tai (Lorenzet) che aveva appena fatto una
ispezione all’edificio e che disciplinò l’uscita dalla scuola consigliando a chi era
all’interno di mettersi sotto agli stipiti delle porte. Non ci fu nemmeno un ferito: solo
tanta paura. Allora i genitori con le auto caricarono iniziarono a caricarli e portarli a
casa. C’erano anche donne incinte che non ebbero nessun danno, solo tanta
paura. Salendo verso il paese di Nebbiù si potevano vedere i tetti delle case che
sembrava ballassero, ma i danni furono minimi: solo qualche muro fessurato,
come quello della chiesa. Grande impressione ci fu quando si seppe il disastro
accaduto a pochi chilometri di distanza, con tutti i morti. L’epicentro del terremoto
si era avuto a circa 15 chilometri in linea d’aria. I soccorsi iniziarono subito
cercando di capire la gravità dei danni. I lavori per i soccorsi e la distribuzione del
materiale a chi era rimasto senza nulla iniziarono subito. All’associazione Pro
Nebbiù di Pieve di Cadore venne assegnato il compito di aiutare il paese di
Moggio Udinese. Il terremoto del 6 maggio 1976 (Carulli e Slejko, 2005) colpì
un’area di 5.700 km2 nel Friuli centro-orientale, distrusse diversi paesi causando
990 morti (l’ultima vittima è stata individuata solo quarant’anni dopo il terremoto) e
provocò danni per 4.500 miliardi di lire italiane (al valore del 1976). La scossa
principale ebbe una magnitudo (ML ) di 6,4 gradi della scala Richter e fu
preceduta un minuto prima da una di ML 4,5. La massima intensità macrosismica
fu del 10° grado (nella scala Medvedev-Sponheuer-Karnik, MSK) a Gemona,
Venzone, Trasaghis, Bordano, Forgaria, Maiano e Osoppo e il terremoto fu
avvertito in un’area molto vasta, a nord f ino a raggiungere le coste del Mar
Baltico. Il terremoto non colpì città densamente abitate: la più vicina, Udine,
situata a soli 30 km dall’epicentro, riportò solo danni marginali (7° grado MSK,
perché il moto del suolo, fortunatamente, si attenuò rapidamente verso sud. La
sequenza sismica proseguì con scosse via via meno forti e meno frequenti, la
replica più intensa avvenne il 9 maggio (5,3) e la sequenza sismica si placò in
estate. Mentre l’opera di ricostruzione era in atto, si verificarono due terremoti l’11
settembre (ML 5,1 e 5,6) e altri due il 15 settembre (ML 5,8 e 6,1), che produssero
ulteriori crolli e altre 13 vittime (da sommare ai 977 decessi di maggio). Un
ulteriore forte terremoto si verificò un anno dopo, il 16 settembre 1977 seguito da
una serie di scosse di assestamento che durarono più di un mese. Il terremoto
innescò un’ampia serie di studi sismologici atti a caratterizzare il fenomeno: l’area
di faglia fu calcolata di 800 km2 e la dislocazione di 32-54 cm (Caputo, 1976). I
dati geodetici evidenziarono la massima deformazione verticale di 25 cm tra
Venzone (+18 cm) in Carnia (-7 cm), sulla base delle misure di livellazione
effettuate nel 1952 e ripetute nel 1977 (Talamo 1978); questa deformazione è
stata attribuita alla sequenza del terremoto in Friuli, in quanto il tasso generale di
sollevamento delle Alpi è di un ordine di grandezza inferiore. Dall’inversione degli
stessi dati, fu ricavato un piano di faglia coerente con un meccanismo
compressivo (Arca 1985) in accordo con quello ottenuto dai dati sismologici, e si
evidenziarono fessurazioni del terreno sia a est che a ovest del fiume
Tagliamento, queste ultime caratterizzate anche da una componente trascorrente.
Dodici stazioni della rete accelerometrica dell’ENEL furono attivate dalla scossa
principale del 6 maggio: fra queste, quella di Tolmezzo (distante circa 35 km
dall’epicentro) registrò un picco di accelerazione orizzontale. Altre otto stazioni
temporanee furono installate il giorno seguente dalla Commissione CNEN – ENEL
e furono registrati 203 accelerogrammi, riferiti a 32 eventi verificatisi fino al 15
giugno. Una PGA di 0,52 g fu registrata nell’ex Jugoslavia dalla stazione
temporanea di Breginj (situata su terreno soffice) durante la scossa di
assestamento del 15 settembre. La risposta strutturale degli edifici allo
scuotimento sismico fu ampiamente analizzata confrontando i danni subiti dalla
vecchia muratura, da quella recente e dagli edifici in cemento armato. del 6
maggio e la sequenza sismica che seguì nei giorni successivi furono studiate
dall’OGS, inizialmente solo con i dati registrati dalla stazione di Trieste a causa
della difficoltà di comunicazione con le stazioni vicine (interruzioni e/o
sovraffollamento delle linee telefoniche). L’epicentro, dunque, fu calcolato sulla
stima della distanza epicentrale e dell’azimut, con grandi incertezze coinvolte. La
stima della profondità focale risultò impossibile: si potè solo valutare la natura
superficiale dell’evento. Ulteriori studi hanno confermato la natura superficiale di
quasi tutte le scosse della sequenza, che risultarono generalmente localizzate nei
primi 10 km. In particolare, l’epicentro calcolato dall’OGS, utilizzando anche i dati
delle stazioni private (ENEL) operanti nel Friuli centrale, si colloca nell’area di
Monteprato, tra gli insediamenti di Taipana e Lusevera ( 2002). Al fine di
localizzare definitivamente la scossa principale, è stata eseguita una nuova
elaborazione considerando tutti i dati disponibili. Più precisamente, sono stati
utilizzati tutti i sismogrammi originali e i dati pubblicati sui bollettini delle stazioni.

