Il partito della Rifondazione Comunista sostiene da sempre l’attività, anzi l’esistenza stessa del Centro Sociale Django, perché si deve rifiutare la logica del profitto, che è in realtà logica del vuoto: gli spazi sociali sono l’unica alternativa all’alienazione della socialità, alla riduzione dell’incontro umano ai soli spazi del profitto, al rifiuto di tutto ciò che non crea guadagno economico ma gioia di vivere, incontro, scambio di esperienze. Spazi come il Django sono infrastrutture di cittadinanza, non anomalie da estirpare. Ci si fa cultura, informazione, si coltiva socialità, si sperimentano forme di economia solidale, mutualismo, autogestione, partecipazione alla vita pubblica, si organizzano mostre, concerti, laboratori e dibattiti; si cerca di dare risposte a problemi concreti. Parliamo di un luogo che era completamente degradato, abbandonato a sé stesso e all’incuria amministrativa e che è stato rigenerato e riconvertito. Denunciare un presunto abusivismo per poi rigettare il luogo nell’inutilizzo e del degrado non è certo un servizio alla collettività.
Lo sgombero del Leoncavallo ha provocato un sussulto anche nella destra trevigiana, che adesso chiede nuovamente a gran voce lo “sgombero” del Django in nome di una presunta “corsa alla legalità”. In realtà si tratta della guerra contro gli spazi sociali e culturali, la legalità non c’entra nulla. Il Django esiste e opera in virtù di una convenzione perfettamente legale, a cui si è giunti nel 2017 dopo un lungo percorso di progettazione che ha visto coinvolto il Comune di Treviso, le associazioni e la cooperativa interessate e l’Università di Architettura di Venezia (IUAV). La convenzione è in attesa di rinnovo, ma non solo, può rivendicare a pieno titolo i due anni di attività persi a causa della pandemia.
La presenza di associazioni e di una cooperativa ha permesso di effettuare lavori e attività del valore di centinaia di migliaia di euro, non un solo centesimo dei quali è stato a carico del Comune o della collettività. Ma non è solo un discorso legale o economico. Il Django riempie un vuoto, risolve problemi: tanto per fare un piccolo esempio, quando il centro sociale è attivo i bagni al suo interno sono gli unici e soli bagni pubblici della città di Treviso.
Un vuoto fisico. L’ex Caserma Piave era praticamente una discarica, abbandonata a ratti e piccioni, piena di oggetti abbandonati (e di amianto, sempre abbandonato) e in nessun modo curata o manutenuta. Durante il ventennio Gentilini-Gobbo c’erano stati dei tentativi di vendita, tutti andati deserti. In pratica, uno dei tanti buchi neri esistenti a Treviso. Il cosiddetto sgombero tanto invocato servirebbe solo a ripristinare un vuoto, ad amministrare il nulla. In natura i vuoti si riempiono, nelle città i vuoti prodotti dagli sgomberi restano deserti o comunque sottratti all’uso: prova ne sono gli spazi che furono occupati più o meno temporaneamente dal collettivo ZTL-WakeUp prima di arrivare alla Caserma Piave, che nella migliore delle ipotesi sono poi diventati un parcheggio, ma che in massima parte restano chiusi e inaccessibili.
La posizione del PRC – Treviso resta a ferma difesa e sostegno di un’esperienza unica e imperdibile. Il Django deve essere sottratto alle logiche di vuoto e profitto!
Segreteria provinciale PRC Treviso
